Pietra su pietra (Karpathos, ottobre 2001)
Il tempo ha raccolto per noi molte cose: quiete di vento, presagî, finte promesse, passioni e relazioni, perfino dei silenzi, che ci renderà quando, maturi, varcheremo le soglie del perdono per rimpiangere ciò che non si è più (o ciò che, comunque, non saremmo mai stati). E’ così che, d’improvviso, mi è nata l’idea, come una faccia di Medusa che terrifica, come un teorema complesso che annichilisce per la sua difficoltà (ma che risolveremo, prima o poi). Le mani corrono al viso per coprire gli occhi. Parole dure che ritornano, forse lacrime, di certo anche il sapore della solitudine.
Un tracciante con le ali d’argento solca il cielo sul lago, oggi di un azzurro inusitato; lascia una riga fumante che piano piano, come la speranza, si affievolisce nel punto più lontano. Ora i nostri pensieri sono voragini che ospitano segreti dolorosi, ricordi che più non ci appartengono (persino quelli che non ci sono mai appartenuti), mattine che non abbiamo visto nascere nello stesso emisfero. Tu rideresti se ti dicessi che ripenso a quei momenti con l’occhio di distante di chi non aspetta più niente; rideresti sfilandoti i guanti mentre esci dalla sala settoria dove hai eseguito l’ultima autopsia (sono altri quelli che laveranno il corpo e lo ricomporranno prima della sepoltura, a te non resterà che la fredda redazione del referto, e poi la solita pizza consumata in solitudine, lo whisky con il ghiaccio, forse un po’ di Liszt prima di dormire…).
[Raccolgo i bicchieri dal lavabo e li sistemo nella credenza, quello basso e quadrato è il tuo di sempre, quello da cui bevesti anche quell’ultima sera: il bicchiere del silenzio che lavai con cura, prima di stilare a mia volta l’ultimo, freddo referto che ti riguardava, che ci riguardava].
Sono uguale, nulla mi ha cambiata, pietra su pietra ho edificato la barriera che mi preserva intatta per il tuo silenzio. Rivoluzioni inesorabili sono alle porte, ma questa è un’altra storia e non ti riguarda, non ci riguarda più.
Il riscatto sta nel silenzio, solo nel silenzio e nell’agognata soglia del perdono che dovremo varcare per riconciliarci, con noi soprattutto, ché ce ne sarà un gran bisogno…
Poi, nel vederci di nuovo, sia pure in zone d’ombra, in antri di vecchie stazioni dove la scarsità di luce favorirà il ricordo e, pietosamente, ci distrarrà dal tempo che è trascorso, rideremo ancora per poi restare immobili; come quella volta a Karpathos, alla taverna di Zacarìa quando, improvvisamente, sentimmo il suono lontano della zampogna.
Tutto parve fermarsi, lì, dov’eravamo; sotto, il gran chiasso della piazza più non ti riguardava, più non ci riguardava. Quello che ci interessava davvero era stampato in cielo, in quella lunga e sottile striscia bianca che ci portava lontano. Sicuri finalmente di noi. Verso le porte del perdono che sapevamo di dover varcare.
E che varcheremo, prima o poi.
da alètheia, 19 dicembre 2004
inserito da Clelia Mazzini | permalink