June 29, 2007

Il corvo e il silenzio (quello che mai si dovrebbe dire)

Allora ne parlo. Come se fosse un semplice e vago sentire. Lo faccio senza quel parco buonsenso che la fatica per il giorno compiuto potrebbe impedirmi di fare. Penso alla visione dell’alba che, come sempre, accompagna il mio coricarmi, alla felicità di quei momenti segreti che, pur se immutabili, non mutano il mutabile.
E’ giusto che ne parli, sì, come si deve fare con tutte le parole che sarebbe meglio tacere.
Che il corvo che sento lontano ripeta ancora il suo verso, un’ultima volta, prima del mio riposo. Futilità apparenti, mulinelli della noia, o forse scadenze di un pensiero che vorrebbe (senza potere) divenire azione.
Per uno zodiaco strano ho giocato il destino della nascita, fatalmente ho preso molto di più di quanto avrei potuto dare. A volte càpita, mi dissero a Smirne i solerti maghi della quintessenza…
Sono stata brava in passato ad usare aggettivi banali. Ho viaggiato molto sui canali freddi della memoria senza mai bagnarmi nell’acqua calda della dimenticanza. Ho conservato carte, immagini, fiori secchi e arrivederci; qualche addio è andato e perso, ma non mi fa più male. Ora.
Non c’entra più la scienza; mi è servita per andare avanti, ma ora cammino sola. Con dio non ho mai avuto confidenza, lui non mi ha cercata ed io non l’ho mai visto aspettarmi da nessuna parte. Una volta a Tukholmaa, all’uscita dell’Ersta Parish mi parve di intravedere qualcuno che avrebbe potuto somigliargli, ma fu un momento vago, un’immagine sfocata, nulla che mi consentisse di approfondire un poco…

Il corvo ripassa davanti casa. Ne intravedo l’ombra in contrasto con la prima luce che comincia a rifrangersi sul lago. L’altra sera lo vidi bene, era goffo e nero, un po’ infreddolito sul ramo del platano grande, che ancora non vuol saperne di perdere le foglie. Mi guardò a lungo, con lo sguardo sbieco dei volatili. Accettai la somiglianza che volle ricordarmi. I miei piedi sulla terra, i suoi nel cielo, non sono poi così diversi. Ed anche il nostro verso occasionale e lugubre è quasi uguale.
Meglio il silenzio, meglio il riposo, allora.
Ancora dimenticherò, anche parlando, dimenticherò, che un giorno dall’orizzonte, oltre il monte di destra, spunteranno sempre più fitte ali di altri uccelli, si poseranno attorno al corvo sul platano, prenderanno il posto delle foglie.
Nel pomeriggio, al mio risveglio, li guarderò guardarmi. Scenderò in giardino e veglierò con loro, guardando il lago, in profonda, silenziosa attesa. Aspetterò fiduciosa che qualcosa cambi in questa endiadi luminosa di acqua e cielo.
Che arrivi un nuovo tempo, un nuovo spazio e una nuova dimensione.
Che arrivi qualche cosa, prima che il corvo gracchi ancora. Prima che la mia testa, dopo l’alba, si reclini di nuovo sul cuscino.
Prima del silenzio che dice molto, ogni volta. Soprattutto quello che mai si dovrebbe dire.

da alètheia, 1/11/2004

inserito da Clelia Mazzini |
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