L'unica storia possibile
Mi affaccio alla finestra dello studio. Come sempre un gran silenzio. La terra sembra godere, le piante si spogliano con apparente beatitudine. Anche in me, come per la natura, il riposo è promessa. C’è una relazione ambigua, che via via si fa più complessa e organica, tra ciò che è fuori e quello che è dentro di me. L’uno alimenta l’altro, completandosi. I miei stimoli si organizzano in qualcosa di apparentemente superiore, che trascende la semplice riproduzione meccanica di quello che io osservo dalla mia finestra: c’è qualcosa che agisce positivamente in me oltre ai termini che compongono questo quadro immaginario. Forse una tendenza naturale all’ordine, all’organizzazione.
Quasi senza accorgermene, come si entra nel sonno, perdo di vista i termini di contorno e acquisto il sentimento del tempo.
Se non fosse un’idea audace direi che è questo il momento - di non completa “coscienza” - attraverso il quale “entro nella storia”. Ma non nella Storia degli uomini (sarei insopportabilmente presuntuosa se dicessi questo), bensì in quella più discreta e appartata a cui appartengo per nascita. L’unica alla quale ambisco e nella quale voglio perdermi.
da akatalēpsía, 24 novembre 2006
inserito da Clelia Mazzini | permalink