Riso amaro
Ho con me lo Zarathustra di Nietzsche (e come potrei separarmene?) e mi rendo (ancora una volta) conto quanto il “tormentato” soffrisse per l’ottusità dei suoi simili, per la saison en enfer nel quale sembravano essersi cacciati da soli. Nietzsche immaginava il suo Zarathustra come un sapiente, ricco di temperamento e di lirismo, uno che patisce ma al contempo sorride per le sue stesse sofferenze. Cosa c’è di meglio, in fondo? Quando tutto sembra perduto non resta che ridere della sofferenza e contemporaneamente soffrire per quel ridere che finge di allontare da noi la nostra afflizione (oppure più semplicemente la “umanizza”, restituendocela magari intatta e pronta per essere riusata).
[Non c’è nulla di orginale in questo, Leopardi c’era arrivato ben prima, basta rileggere la chiusa di Aspasia per rendersene conto…].