June 21, 2009

Diario di un sogno


1.
Un altro sogno. Un’altra realtà altra. C’è un vagone che mi porta verso il domani. Sono semisdraiata con gli occhi fissi sulle innumerevoli plafoniere del soffitto. Il mio sguardo è attirato particolarmente da un nugolo di punti neri sulla parete traforata di masonite. Sembrano assumere ogni volta forme diverse, ricordano i puntini da unire per ottenere una figura coerente, un gioco di scarto enigmistico che facevo con mio padre quand’ero piccola. Cambia repentinamente scena: sono nel vagone ristorante, un cameriere in livrea mi serve tè di Nuwara Eliya, il mio preferito, senza che io lo abbia mai ordinato. Poi mi accorgo che ha la faccia di A. e capisco tutto.

2. Un amore non può essere mescolato con un altro amore, la miscela che ne deriverebbe sarebbe pessima per i ricordi e non porterebbe alcuna nostalgia. Invece è di questo sentimento che spesso mi nutro per affrontare serenamente i giorni ignoti che restano, la teoria mai monotona dei giorni che restano. Affrontare i sogni non è vano, non è inutile, non è complicato. Al di là del loro carattere fintamente enigmatico, al di là della loro inconsistenza palese dovuta alla nostra mancanza di coscienza, essi non sono quasi niente, non hanno aspirazioni, non si ergono a censori o maestri della nostra vita. Sono lì, li abbiamo, a volte li ricordiamo, altre li rimuoviamo, a nostro piacimento; perché la coscienza vince sempre, anche quando - in apparenza - ci abbandona.

3. Non è vero che la realtà è bandita dal sogno, la realtà nel sogno esita, ma esiste. Che io sogni il profilo dell’Omni Parker Hotel di Boston, dove conobbi L. e dove restai per giorni a farmi inseguire da lui, oppure la terrazza di Corinto dove con G. e H. scoprimmo i segreti delle intersezioni del piano temporale delle nostre vite, che io sogni tutto questo, insomma, può avere un senso o non averne, può appartenere all’area della nostalgia o del ricordo, ma inequivocabilmente è (stato) reale l’accaduto e l’evocazione. Ciò che non è e non sarà mai reale è la conseguenza “cinematografica” del sogno, perché il tempo che si lega a questa conseguenza non è un tempo misurabile, consumabile, ripetibile. Non c’è nessun RVM che potrà permettermi di replicare il sogno in termini identici, non ci sarà nessuna scena ripetuta, nessun possibile fotogramma da analizzare con cura. E’ la mia memoria che conta, una memoria peraltro obnubilata da un’alterazione biochimica assai simile alla narcosi, e quindi scarsamente affidabile, certamente illogica.

4. Detto questo, e ripetuto ancora una volta che il sogno fa semplicemente parte dell’attività “elettrica” del nostro organismo a riposo, non posso che adeguarmi al suo stile tentando di scavalcare ancora una volta un mattino denso di memorie obbligatorie, di ospiti inattesi e mai invitati, di catene che si sciolgono per assumere nuove forme di possesso. Faccio i conti con la mia coscienza, non mi sposto di un millimetro da ciò che sono, ma - contemporaneamente - non mi nego nessun tipo di futuro. Resto dove sono, amo ciò che posso, fingo di capire, leggo per pensare.

5. Il resto viene da sé, proprio come un sogno, proprio come la vita che, la progetti in un modo, e si diverte a farsi trovare in tutt’altro. Dall’altra parte del mondo, dall’altra parte della tua coscienza, dall’altra parte del destino che pensiamo di costruire e che invece ci costruisce. Per fortuna che è un bravo architetto, e anche come regista non è male. Pare.

6. Il destino, la vita, il sogno, sono compagni astratti del mio tempo reale. Io faccio da quarta incomoda nei loro giochi di carte. Peraltro a me del tutto sconosciuti.


da akatalēpsía, 29 ottobre 2007

inserito da Clelia Mazzini |
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