Cosa possiamo dire di coloro che per il piacere stesso dei loro vizi, e perfino dei loro più detestabili crimini, costruiscono la loro felicità sulle rovine di quella altrui, che sono resi infelici dall’esercizio della virtù, e che non possono respirare in questo raro elemento più del pesce fuor d’acqua?
Julien O. De La Mettrie - Opere filosofiche
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…Dopo quasi 40 anni di carriera letteraria [Sciascia] ci lasciava la percezione che la barriera che ci separa dalla legalità può essere distrutta, poco per volta, attraverso il percorso di qualche linea socratica. Nulla di retorico, di difficile o di astruso. Il concetto restava e resta chiaro: non può esistere una società senza regole precise, non può esistere la vera libertà senza la logica dei limiti. La legalità deve nascere dalla ragione ed è ragione pura. Ed a questo punto nessun muro, massiccio che sia, ci può negare la visione degli orizzonti.
Da una lettera di Carlo Cavalli al direttore di Varese News [6 novembre 2009]
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Prendi dalle mie palme per tua gioia
un po’ di sole ed anche un po’ di miele,
come vogliono le api di Persèfone…
I baci ci rimangono soltanto,
baci così pelosi come api
che muoiono lasciando l’alveare.
E ronzano nelle notti di dicembre:
la loro patria è il bosco del Taigeto,
e cibo, il tempo, l’edera e la menta.
Prendi il mio fiero dono per tua gioia,
l’arido brutto vezzo d’api morte
che il miele sanno trasmutare in sole.
Osip Mandel’štam - Sole e miele -
da “Il fiore del verso russo”, Ed. Einaudi, 1948 (traduzione di Renato Poggioli)
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I preti sono, in uno Stato, pressapoco quel che sono i precettori nelle case dei cittadini; obbligati a insegnare, pregare, dare l’esempio; non possono avere nessuna autorità sui padroni di casa, a meno che non si provi che colui che paga un salario deve obbedire a chi lo riceve. […] Il magistrato deve sostenere e contenere il prete, come il padre di famiglia deve trattare con considerazione il precettore dei suoi figli ma impedire che egli ne abusi.
Voltaire - Dizionario filosofico (voce: “prete”)
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Il limite che la ragione scorge nella perentorietà del dato diventa […] il segno di un’ulteriorità possibile, ed è anzi questa stessa ragione che alimenta il dinamismo della produzione di nuovi segni, di nuovi modi di rappresentare quell’altro da sé che dalla rappresentazione non può sciogliersi: infatti solo in essa l’assoluto si fa parola. L’io, l’elemento speculativo, diventa allora il termine medio di questa continua significazione dell’assoluto, nella coscienza che il segno non esprime l’intero del significato, l’essere non esaurisce il divenire. La rappresentazione viene condotta fino al limite, la teoria deve riconoscere la soglia che, riproponendo il rischio del silenzio, rende necessaria una nuova istanza nell’interminabile fenomenizzarsi dell’assoluto: l’istanza etico-pratica.
Gaetano Rametta - Le strutture speculative della Dottrina della Scienza, Il pensiero di J.G. Fichte negli anni 1801-1807, Ed. Pantograf, Genova, 1995
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Il fatto che si possano sollevare problemi esterni ci induce anche a tollerare asserzioni metafisiche come quella che siamo noi a introdurre il tempo nel mondo. L’implicazione è che la realtà è condizionata dal nostro modo di descriverla e che sta a noi decidere quale metodo impiegare, cosicché in un certo senso noi non scopriamo propriamente, ma determiniamo come il mondo è. Anche qui, tuttavia, non dobbiamo parlare di metodi alternativi di descrizione, dobbiamo accertarci che esistano, ed è arduo vedere come ci potrebbe essere una descrizione intelligibile del mondo che non includesse la categoria di tempo. Non va inoltre dimenticato che quando parliamo di noi stessi come facenti questo o quello, stiamo già operando all’interno di un sistema concettuale. Poiché, che cosa siamo noi, se non corpi fisici che occupano una posizione nello spazio e nel tempo? Ma, fino a che stiamo operando entro un sistema concettuale, siamo legati ai suoi criteri di realtà; e allora dire che introduciamo il tempo nel mondo è dire che capitò niente prima della comparsa degli uomini sulla Terra, il che è completamente falso, proprio come è completamente falso, se uno sta operando entro un sistema che pone la condizione degli oggetti fisici, dire che questi non esistono quando non sono percepiti.
Alfred Jules Ayer - Linguaggio, verità e logica [§ 12]
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Le leggi morali non sono il prodotto della ragione […] e la moralità non consiste in nessun dato di fatto che si possa scoprire con l’intelletto, [quindi] una cosa è conoscere la virtù e un’altra è conformare ad essa la volontà. […] Non è [infatti] contrario alla ragione che io preferisca la distruzione del mondo intero piuttosto che graffiarmi un dito. E’ però contrario alla cosiddetta “morale”.
David Hume - Trattato sulla natura umana [III, 3]
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L’amore e l’odio sono due sentimenti che si sostengono a vicenda ma, fra i due, l’odio è quello più longevo. L’amore, infatti, può contare su forze molto limitate, traendo energia un po’ dalla vita e un po’ dalla generosità dell’altro; l’odio invece assomiglia alla morte, e all’avarizia, di cui è in qualche modo una specie di ombra parallela. Un’ombra che si stende al di là degli esseri e delle cose.
Honoré de Balzac - La ragazza dagli occhi d’oro
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Io definisco come pensiero la relatività assoluta del mondo, cioè io pongo l’equivalenza assoluta di tutti i centri di riferimento. Distruggo la mondanità del mondo, senza neanche dubitarne. Così il mondo, indicando continuamente il senso che io sono, ed invitandomi a ricostruirlo, mi incita ad eliminare l’equazione personale che io sono, resituendo al mondo il centro di riferimento mondano in rapporto al quale il mondo si dispone. Ma, nello stesso tempo, io sfuggo - col pensiero astratto - al senso che sono, cioè taglio i miei legami col mondo, mi pongo in stato di semplice osservazione esterna, ed il mondo svanisce nell’equivalenza assoluta delle sue infinite relazioni possibili.
Il senso, infatti, è il nostro essere-nel-mondo in quanto noi dobbiamo esserlo sotto forma di essere-nel-mondo.
Jean-Paul Sartre - L’essere e il nulla [Parte III, ll per-altri]
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